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Teologia del terrore e relativismo scettico

Un lucido saggio di Michele Martelli in favore di uno «scetticismo democratico» come antidoto alla dilagante e claustrofobica «Teologia del terrore» (manifestolibri)



Molti apparenti punti fermi della filosofia devono oggi essere riveduti in seguito all'attacco contro le Torri gemelle, l'avvio della guerra preventiva e dello scontro di civiltà. Concetti come «secolarizzazione » o «post-modernità» sembravano esprimere processi irreversibili; ed oggi invece si rischia di dover condividere l'intelligente provocazione di Umberto Eco, che la storia, lungi dal finire, torna indietro. La laicità non è più un valore, o se lo è trova il suo simbolo nel Crocifisso; lo scontro tra Islam e Occidente è ugualmente desiderato da entrambe le parti; le Crociate sembrano dover essere il nostro futuro, e per qualcuno sono già il nostro presente; tolleranza e dialogo sono bollati come «buonismo» se non come tradimento; le posizioni clericali più retrive vengono fatte proprie da atei dichiarati; la più grande potenza mondiale, nel combattere il fondamentalismo islamico, fa del fondamentalismo protestante la propria bandiera. Tutto ciò sarebbe ridicolo, se il sangue versato non fosse così abbondante. Il «conflitto di civiltà» sembra un nuovo clamoroso esempio di profezia che si autoadempie, ma si presenta come un conflitto tra opposte barbarie. Ostili monoteismi La filosofia deve guardare a fondo in questo tempo di terrore, e nel fondo dell'abisso cercare di porre le basi per ponti di ragione condivisa, sola alternativa all'odio senza pensiero. Questo tenta di fare con coraggio, pur nella consapevolezza della difficoltà di orientarsi in un mondo che sembra aver perso tutte le coordinate, il nuovo libro di Michele Martelli, Teologia del terrore. Filosofia, religione e politica dopo l'11 settembre (manifestolibri, pp. 199, 20), seguito «ideale» de Il secolo del male, una lucida e sofferta panoramica degli orrori del Novecento. Nel nuovo libro, s'interroga da filosofo, dunque in maniera radicale e in una prospettiva di ampio respiro, sulle dimensioni impensate aperte dalle immagini sconvolgenti delle Torri in fiamme l'11 settembre. E in questo interrogarsi dialoga con una voce altrettanto radicale: quella della poesia. Come ben nota Paolo De Benedetti nella prefazione, il libro ha una struttura insolita e suggestiva, alternando la discussione filosofica con bellissime poesie di Nadia Pucci (da segnalare soprattutto quella struggente sui bambini di Beslan). Il terrore che oggi è apparso sulla scena mondiale si presenta come una manifestazione religiosa, allega a propria legittimazione una teologia. E ciò non può essere puro delirio. Ci sarà pure una ragione meritevole di essere indagata, se la teologia può presentarsi come terrore, e il terrore come teologia. L'intera dimensione del monoteismo è oggi contaminata dal terrore, osserva Martelli. Sia l'ebraismo, sia il cristianesimo, sia l'islam, dimentichi delle loro radici comuni, si combattono ferocemente in nome dello stesso Dio. Martelli rifiuta una comoda scappatoia: non basta denunciare come spuria e fanatica la teologia del terrore. È vero che la Torah come il Nuovo Testamento come il Corano abbondano di riferimenti alla pace, alla comprensione, al perdono. Ma i fanatici distruttori hanno davvero, in tutti e tre i casi, qualcosa da invocare. Il dio della Torah è troppo spesso un dio sterminatore, i testi coranici oscillano tra richiami alla pace e proclami di guerra; persino il messaggio d'amore del Vangelo presenta margini di ambiguità che ne hanno consentito un uso guerresco o repressivo. E questo non solo ad opera di squallidi retori. Anche dalle più alte espressioni della teologia sembra tragicamente impossibile espungere l'intreccio con la violenza. È stato un grande santo a giustificare le Crociate; il più lucido sostenitore di un cristianesimo laico, Bonhoeffer, si è visto costretto a legittimare teologicamente il tirannicidio; tanto la teologia cristiana della liberazione quanto le correnti modernizzatici dell'Islam debbono fare i conti con l'eventualità che la giustizia voluta da Dio non possa attuarsi senza mezzi violenti. Non si può eludere questa tragedia con un troppo facile rifiuto. Né si può ricorrere in alternativa alla presuntuosa condanna dell'intera dimensione religiosa. L'ateismo è altrettanto dogmatico del teismo, e l'additare nella religione stessa il nemico da abbattere è solo un altro modo di intraprendere una guerra di religione. Il dialogo con le religioni e tra le religioni non ha alternative praticabili, e Martelli lo sostiene da laico rigoroso e talvolta polemico. Il razionalismo compiaciuto che nega l'inconoscibile è una forma anch'essa violenta di rifiuto e negazione dell'altro e di assunzione arbitraria della propria verità come unica verità legittima. La ragione ha dei limiti, e proprio l'affacciarsi da questi limiti verso altre sconosciute possibilità è l'attitudine tipica della filosofia. Di grande interesse, a questo proposito, è il confronto che Martelli conduce con Habermas e con l'ultimo Derrida. Le due posizioni sono inconciliabili nella loro sostanza: «dei due filosofi l'uno (...) decostruisce ciò che l'altro costruisce». E nessuno dei due offre una posizione che si possa interamente accettare: la ripresa dell'ideale di tolleranza tentato dal primo ripropone i principi portanti di quella stessa «modernità» che ha perso la sua presa sulla storia, mentre la proposta derridiana di perdonare l'imperdonabile e di estendere senza limiti l'accoglienza conduce ad un utopismo in definitiva mistico. Entrambi i filosofi convergono però nell'indicare una metodologia che a Martelli sembra l'unica via percorribile dal pensiero: quella del «relativismo scettico». Un impasto di alterità In un'epoca in cui il relativismo gode di pessima stampa e viene confuso con la negazione stessa dei valori, la proposta di Martelli non manca di coraggio. E certo non si tratta di una comoda ricetta applicabile ad ogni male del presente. Ma è una linea guida che richiama al valore dell'equilibrio e trova chiarimento in un'efficace metafora: bisogna costruire ponti e non muri. E non in nome di esigenze astratte, ma perché tutti i muri, in definitiva, sono delle illusioni. Non ci sono identità pure, sistemi di valori chiusi, collettività impermeabili. Il nemico che si vuole chiudere fuori troverà sempre il modo di varcare il confine, perché è da sempre già dentro, perché è già comunque parte di ciò che siamo, perché nessuno sforzo di escluderlo o distruggerlo può cancellare il fatto che noi stessi, qualunque sia il «noi» che vogliamo affermare, siamo un impasto di alterità. La dimensione umana è in se stessa meticcia, sincretica, in questo senso relativista: qualsiasi muro è un debole argine ad una corrente inarrestabile. Dunque il relativismo è valore. Come Martelli afferma a conclusione del suo libro, «Lo scetticismo democratico (...), in quanto deassolutizza e deteologizza la politica, e al tempo stesso difende la dimensione umana, laica, relazionale (...), rappresenta oggi forse il migliore e più efficace antidoto alle devastanti Teologie incrociate del Terrore e del Controterrore».

LUIGI ALFIERI
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