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V per Vendetta

Brigante

Un centimetro è lo spazio di fuga aldilà dei nove
punti, è l’imperfezione sistemica che nella
ripetizione, nella citazione, produce lo spostamento
di percezione, il détournement come spezzamento della
linearità. Un centimetro è in V per Vendetta quel
luogo ultimo di resistenza, aldilà del campo,
attraverso di esso, che impedisce la
desoggettivizzazione totale dell’essere umano, è
l’ultimo spazio di resistenza del soggetto, quel
nucleo essenziale che permette a due sconosciuti di
dichiarare di amarsi. E’ l’ultimo spazio dell’uomo,
la
sua nuda vita. E’ forse il reale, come quel luogo
impossibile da contenere nel discorso sul reale?
Se credessimo ancora ad un’anima e non la
considerassimo la più ingegnosa prigione del corpo,
diremmo che un centimetro pesa 21 grammi.
Basta così poco per destrutturare l’azione del
soggetto. Eppure quel centimetro è sempre qualcosa che
sfugge, qualcosa che si può incontrare solo
nell’assurdità della ripetizione, quel centimetro
appare soltanto quando ci si trova di fronte ad una
decisione finale, è una catacresi.
Un centimetro è anche ( e se non lo è poco importa) la
lunghezza di quell’ultimo pezzo che non cade nel
momento in cui tutto il sistema totalitario di V per
Vendetta viene abbattuto. E’ il commissario della
polizia, rappresentante del libero arbitrio, l’uomo di
fronte alle sue responsabilità, il soggetto che si
trova a dover “scegliere” tra quello che è il suo
ruolo, la sua soggettività all’interno della
macchina, e quello che emerge dalla negazione della
struttura, da un atto di negazione, di sottrazione
dalla struttura. Basta questo per riscoprire la natura
anarchica di V per Vendetta, così nascosta dal film,
ma non per questo negata. Non è attraverso la
struttura, non è attraverso le potenzialità insite
nella soggettivizzazione, ma è appunto nella
disobbedienza, nell’onestà del Meursault di Camus, nel
no indifferente di Bartleby al “sistema simbolico” che
l’uomo emerge come attore e non come prodotto passivo
della struttura.
E’ attraverso un atto del genere che il conduttore
televisivo può fare una satira dissacratoria dell’alto
cancelliere, solo attraverso un atto di indifferenza e
di derisione del potere, nell’interpretazione
destrutturante della struttura. “Gioco soprattutto
nelle cose serie”. Come non sentire Nietzsche e
Schiller e Marcuse e l’elogio dell’homo ludens contro
l’homo faber. Il cambiamento nasce dallo
sbeffeggiamento, dalla sottrazione ludica del soggetto
di fronte alla tragica macchinizzazione del
comportamento orientato allo scopo.
E’ il soggetto che nega se stesso per ri-crearsi, che
perde la sovranità dell’io per risoggettivarsi
continuamente queer, che lascia che attraverso lui
sia
una idea.
Ma non è l’idea il motore di V.
Sappiamo bene che è l’ideologia, la logica di una
idea
a trascinare le masse nei totalitarismi del novecento
e a mettere individui nei campi di concentramento.
Quando V parla di una idea egli farebbe meglio a dire
una “necessità.” E’ la necessità che muove il
soggetto, non una idea, l’idea può solo orientare la
sua azione. V non è leninista, non ha una teoria per
il coinvolgimento delle masse in un nuovo progetto
politico, egli è solo un distruttore di simboli che
gioisce della rivoluzione. Egli sa solo da cosa
bisogna fuggire, cosa bisogna distruggere. V non è un
black bloc, non distrugge per creare, è vero, ma
distrugge solo dei simboli dell’Impero, non della sua
amministrazione. E’ messa in discussione
dell’auctoritas, non disturbo della potestas.
Ma V non è neanche Bin Laden. Perchè sebbene la
distruzione del parlamento sia assolutamente
associabile alla distruzione delle Twin Towers, V fa
una battaglia interna per l’interno, dove per cercare
il colpevole “basta guardarsi allo specchio”. V è
all’interno dell’Impero, è il suo prodotto, non ha un
nemico esterno.
Ma come dire, i bei finali, quelli si vedono solo
sulla celluloide. Nel mondo reale ancora non
totalmente sostituito dall’immagine, l’uomo produce
ancora rivoluzioni imperfette, discontinue, ha il
tempo di fermarsi, di sbagliare, di tornare indietro.
E’ questa imperfezione endemica il motore del
movimento, quell’imperfezione che fuggendo
continuamente da categorie e categorizzazioni,
produce
continuamente cambiamento, “eresie” e performatività.
E’ la fuga dall’identità del simbolico, attraverso il
simbolico della anti-identità. Il movimento non è
statico. All’interno di esso nascono continuamente
linee di fuga all’interno del con-testo,
vengono disegnate traiettorie, che forse non
percorreremo. La forza del movimento è
l’imprevedibilità, la nostra imperfettibilità. E’ quel
centimetro di troppo, quella piega, che si situa tra
le pretese di totalità del potere e la loro
realizzazione.

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