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Trois regards

Itamaraju. Sud dello stato di Bahia. Un piccolo paese lontano dalle mete turistiche, ma molto vicino a luogo in cui sbarcò Cabral, colui che "scoprì" (o conquistò?) il Brasile. Dal verde smeraldo delle campagne bagnate da acquazzoni torrenziali sorge un monte dal profilo squadrato. Fu avvistato dai naviganti e lì vivevano (ne sopravvivono solo pochi gruppi) i primi indigeni incontrati dagli europei che, come era buona tradizione, furono in gran parte uccisi dalla polvere da sparo e dalle epidemie. Poco lontano dal centro del paese un asientamento dell'MST. Uno dei primi a nascere circa vent'anni fa. I suoi abitanti ci raccontano delle lotte per conquistare la terra, di come all'epoca bevessero l'acqua delle pozze e si nutrissero di futti selvatici.  Oggi vivono in case costruite da loro e coltivano le terre che, dopo lunghe lotte, gli sono state assegnate dallo stato in base alla costituzione brasiliana, che prevede l'espropriazione delle terre incolte che non espletano finalità sociali. Passeggiando tra le loro case modeste, in mezzo a campi di mandioca e piante di cacao e di caffé, una famiglia con quattordici figli. Alcuni adottati. I genitori giovanissimi. La madre incinta. Ci accolgono con sorrisi e ci offrono del cafesinho. Non lo si rifiuta mai. Come potremmo? Anche se l'acqua per noi non è potabile e probabilmente domani ne sentiremo le conseguenze. Ma come fanno? Ci chiediamo? Quattordici figli in una modesta casetta non possiedono nulla! O forse ci sbagliamo. Qui tutti possiedono qualcosa in più. La coesione. Lottano insieme, vivono insieme. E' meglio morire lottando che morire di fame. La bellezza dei loro volti e dei loro sorrisi mi affascina. Non ricordo i loro nomi, ma porto con me il ricordo di quel breve incontro e queste tracce lasciate su una pellicola in bianco e nero.  

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