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L'origine della parola: esperienze di scrittura migrante

di Enio Sartori
Trascrizione della relazione tenuta nel maggio 2002 al Master in studi interculturali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova

Quando si affronta la questione della scrittura migrante alla ricerca di qualche ipotetica definizione il rischio della ghettizzazione sotto varie etichette (letteratura migrante, letteratura dell'emigrazione, ecc….) o quello della generalizzazione entro altre categorie letterarie che non ne colgono l'originalità è forte.
Forse allora non si tratta di segnare sociologicamente la scrittura migrante né porsi il problema in quali tipologie della letteratura essa debba essere inclusa; ciò che importa, almeno per quanto ci riguarda, è la verifica delle complesse questioni che la attraversano.

Una prima considerazione: non c'è dubbio che molti dei migranti oggi in Italia che scrivono non intrattenevano alcun rapporto costante con la scrittura nel loro paese d'origine. Non si tratta allora solo di scrittori che nella migrazione hanno deciso semplicemente di cambiare codice, di 'adattarsi' al codice d'arrivo, scelta questa che meriterebbe alcune considerazioni anche in relazione al tema che stiamo trattando, ma di individui che all'interno del processo migrante trovano nella scrittura una delle tecnologia attraverso cui sviluppare quella che con i termini di Foucault potrebbe essere definita una certa 'cura di sé'.

In effetti potremmo affermare che il soggetto migrante si trova in una condizione di metastabilità che, rendendo improbabile ogni pur fittizio effetto di naturalezza-naturalizzazione, lo obbliga ad un processo continuo di auto-osservazione e autoriflessione sulle proprie articolazioni di pensiero e sul proprio agire, così come sulle proprie abitudini discorsive, costringendolo entro una presa di distanza 'ironica' dalla realtà che richiede una accresciuta percezione di essa.

E la scrittura appare, al riguardo, una delle più raffinate tecnologie in grado di favorire tale capacità di auto-osservazione e autoriflessione, di offrire una accresciuta percezione della realtà, generando possibilità per una maggiore e più ricca complessità e riorganizzazione cognitiva.. Infatti essa fornisce sì la possibilità di una autorappresentazione di sé ma stabilisce anche le modalità della sua continua messa in crisi. Poiché la scrittura, non permettendo ai linguaggi di fissarsi li mantiene in una perenne apertura favorendo pertanto il cambiamento in quanto favorisce i cambiamenti di confine di sè, e magari-come afferma George Bateson la scoperta che non vi sono confini o forse che non esiste un centro. Attraverso la scrittura non si accede, di fatto, alla conoscenza di sè bensì a una pratica di se stessi.

E se, come sottolinea G. Bateson, gli esseri viventi pensano per storie, raccontano e si raccontano storie e attraverso queste storie costruiscono il mondo, si 'individuano', le esperienze 'discordanti' a cui il migrante è sottoposto lo obbligano entro una ipersensibilità narrativa e una continua necessità di rinarrazione del suo vissuto personale.

In effetti, l'esperienza migrante eleva alla massima visibilità tali processi di individuazione sottraendosi a coperture collettive predeterminate o all'individuo già individuato, scartandosi da narrazioni già precostituite.
Il soggetto migrante infatti rende più che mai evidente con le sue pratiche come il processo di individuazione sia sempre parziale e incompleto poiché in relazione costante con quella che Gilbert Simondon definisce la 'realtà del possibile', il preindividuale: il si vede, si ode, si sente, si prova dolore, il si parla, si pensa.

Nella scrittura migrante, potremmo dire, assume visibilità il processo di individuazione con la sua "carica associata di realtà preindividuale, animata tutti i potenziali che la caratterizzano" . In essa sono visibilissimi gli aspetti preindividuali da cui il processo di individuazione emerge. E ciò appare ancor più evidente laddove si dà in modo sintomaticamente forte, nella scrittura, il bisogno di identità anche laddove tale bisogno è filtrato da sentimenti di nostalgia verso una ipotetica identità orginaria. Traspare anche in questo caso quella carica di indeterminato, di realtà preindividuale che passa attraverso l'operazione di individuazione senza essere effettivamente individuata. Qui il pre-individuale, la 'realtà del possibile' è sentito come una sorta di passato irrisolto. Direi che la scrittura migrante si gioca, nelle sue forme più riuscite, nella necessità di uscire dall'anomia del "si" (si sente, si parla, si pensa ) senza cadere nella singolarità data.

Essa tende a mettere in scena uno stile di pensiero autobiografico e figurativo che inscrive il soggetto concreto entro una pratica che mettendo in discussione i sistemi assoluti e universali si apre a processi e saperi parziali e situati. In questo senso il soggetto migrante spartisce con quello che Deleuze e Braidotti definiscono il "soggetto nomade" quel senso di responsabilità dello stare al mondo, obbligato a tracciare percorsi di senso e costruire narrazioni che non sono più dati una volta per tutte in maniera aprioristica, ma vengono intessuti del vissuto psichico, materiale e simbolico. Il migrante come il nomade si trova votato alla decostruzione di ogni senso di identità fissa e preso dentro ad una forma di resistenza all'assimilazione o all'omologazione così come a modalità dominanti di rappresentazione del sé.
Entrambe queste figure ci invitano a ripensare il concetto identità praticando una soggettività che, lungi dal proporsi quale rappresentante di una sola appartenenza da alzare-brandire contro gli altri, si riconosce quale punto focale di una moltitudine di appartenenze. In questo senso anche la parola autobiografica in una pratica di scrittura migrante si dà quale strategia del riposizionamento continuo di soggetti dislocati. Dislocazioni (geografiche e identitarie), che danno corpo alle differenze, mettono in scena quelle identità complesse di soggetti in transito dentro spazi di confluenza, tra frontiere dove le contraddizioni si fanno composizione, luoghi di una pluralità composita dove ogni differenza diventa spazio del tra, diventa utopia.

Nel suo immediato rifiuto di ogni forma di omogeneità in nome di un modo concreto di determinarsi delle singolarità, nel suo porre con la sua presenza in crisi ogni concetto generico di 'uomo universale' e le pratiche ad esso connesse, in nome del riconoscimento del singolo come una 'pluralità di divenire potenziali o potenze di divenire', nel suo porsi in posizione di 'scarto' rispetto ad ogni forma di pensiero che tende a costituirsi in dottrina, 'di ogni modo di vivere che si fa cultura, di ogni avvenimento che si fa storia', in nome dello sprigionare dei divenire contro la Storia, delle vite contro la Cultura, dei pensieri contro la Dottrina, il migrante potrebbe essere effettivamente riconosciuto per tutto ciò quale soggetto di quel "popolo minore" così ben definito da Deleuze e Guattari .
Altrettanto pertinente, per il discorso che stiamo qui svolgendo, il concetto di Deleuze e Guattari di "letteratura minore" con cui la scrittura migrante sembra condividere alcune strategie. Come affermano i due studiosi una letteratura minore non è la letteratura di una lingua minore, ma quella che una minoranza fa di una lingua maggiore. In effetti l'utilizzo che lo scrittore migrante fa della lingua maggiore costringe questa a subire processi di tensione interna, processi di deterritorializzazione che la aprono al suo divenire. Tali movimenti di deterritorializazione della lingua passano almeno, sinteticamente parlando, attraverso due procedimenti ben evidenti nella scrittura migrante e segnalati in modo chiaro da Deleuze e Guattari: il primo tende ad arricchire la lingua maggiore caricandola, gonfiandola artificiosamente, il secondo tende al contrario ad impoverirla, renderla sobria.

Si tratta in ogni caso di una messa in tensione della lingua da parte di scrittori che sfuggono alle norme letterarie ufficiali e nazionali, che scrivono in una lingua maggiore che non è la loro, e vivono in un luogo che non è il loro luogo di origine. Tale posizione fa sì che la scrittura migrante si dia immediatamente non tanto ad una lettura politica ma immediatamente come politica poiché in essa ogni storia individuale mette in scena un'altra storia o comunque l'apertura del presente su altre storie.
Infatti diversamente dalla letteratura maggiore dove ogni storia individuale (familiare, culturale, ecc…) si incontra con altre storie e affari individuali dentro ad un contesto sociale che serve da rassicurante sfondo, il raccontare la storia di quelli che non fanno parte della storia del paese è implicitamente una richiesta continua ripetuta di riconoscimento e legittimità a partire dalla messa in atto di un processo di individuazione non ancora avvenuto una volta per tutte.
Va detto inoltre che nella letteratura migrante tutto prende un valore collettivo; lo scrittore migrante diventa un 'rappresentante' della sua comunità, o se egli si trova ai margini di essa, egli finisce per esprimere un'altra comunità potenziale, di forgiare i mezzi di un'altra coscienza e sensibilità. In questo modo egli rivendica immediatamente uno spazio per le genti di cui inscena l'esistenza diventando implicitamente colui che denuncia la storia nazionale e le ideologie nazionaliste.

La scrittura migrante condivide tale denuncia con quella che noi potremmo definire, per semplificazione, la letteratura dell'esilio, in particolare con i punti più alti e sensibili di tale scrittura riconoscibili in particolare nei testi di Edmond Jabes e nell'approccio teorico di Maurice Blanchot in particolare nelle sue riflessioni attorno alla relazione tra scrittura ed ebraismo. Come sottolinea Blanchot parlando dell'esilio come giusto movimento "la dispersione fa sorgere, al di là dell'esigenza del Tutto, un'esigenza del tutto diversa e finisce con il distruggere la tentazione dell'Unità-Identità" . L'esodo infatti sfugge alla logica del possesso, e dell'assimilazione di ciò che è altro e istituisce una pratica nomade quale autentico modo di risiedere legato alla divisione e alla separazione e non al consolidamento di una realtà già fondata. Ciò determina la messa in atto di nuove soggettività che mettono in crisi la nozione di etnicità e d'identità collettiva.
Questioni queste che attraversano anche quella che viene definita la 'letteratura meticcia' e in particolare l'opera di autori come Edouard Glissant, Patrick Chamoiseau et Raphaël Confiant così come la 'letteratura di frontiera', categoria questa in grado di riaprire questioni non secondarie anche all'interno di una rilettura della storia della letteratura italiana, letteratura che qui viene richiamata in merito ad alcune riflessione della scrittice messicana Gloria Anzald'a.
Per quanto riguarda la letteratura meticcia, almeno negli autori citati, sono facilmente riconoscibili alcuni tratti che svelano prospettive e consonanze con la scrittura migrante. Mi riferisco in modo particolare ad una esplicita attitudine alla distanziazione in grado di svelare pregiudizi di sé e degli altri, distanziazione messa in scena attraverso la combinazione sincretica di più voci-narrativa, critica, umoristica- entro uno stesso soggetto, La messa in tensione che in tal modo subisce la lingua è ulteriormente amplificata da una punteggiatura spesso inattesa che urta, ferisce la frase; soprattutto le virgole imprimono alla frase un ritmo spesso anaforico regolato effettivamente sul movimento di un respiro altro.
Altrettanto significativo per il nostro discorso l'immagine della frontiera proposto da Gloria Anzald'a . La scrittrice messicana riflette innanzitutto sull'immagine della frontiera come "frontiera del senso" situata, come scrive l'autrice, "dovunque due o più culture si costeggiano, dovunque persone di razze diverse occupano lo stesso territorio, dove classi povere, medie e alte si toccano, dovunque lo spazio fra due individui si riduce a causa dell'intimità" .
Certo, la situazione di frontiera è una condizione linguistico-culturale caratteristica di ogni epoca, ma nello specifico essa può essere assunta come esplicativa della situazione del soggetto dell'epoca attuale, in cui l'ibridazione e la sensazione di vivere sul confine non fanno solamente riferimento a una mappa fisico-territoriale, ma anche a una cartografia in cui la prossimità passa innanzi tutto attraverso i segni, quali ad esempio quelli costituiti dalle tracce delle migrazioni. E così la Anzald'a può a ragione affermare che quel "che una persona che vive in un mondo meticcio, un mondo di razze miste, di classi miste, di professioni miste, di sensibilità miste, quel che una persona 'mestiza' comincia a fare nella sua mente è affrontare una specie di, come dire, una specie di terrore, di lotta, di trauma….. C'è un sentimento di paura che si accompagna al trauma - paura di pericolo per la propria casa, la propria appartenenza. Ma quando hai attraversato il trauma, e sei dall'altra parte, realizzi d'aver sviluppato delle abilità e così questa cosa che era una lotta, era una forma di oppressione, tutt'ad un tratto diventa questa forza, quest'abilità, questa facilità di viaggiare attraverso mondi…. penso che persone così ce ne siano tante, persone che abitano le incrinature" .
L'immagine della frontiera e del meticciato linguistico-culturale è quella dunque di un divenire in cui un corpo, una terra, una lingua, si aprono ad altro, si volgono verso molteplici direzioni, in una zona di continuo transito tra culture, storie sociali e individuali. Tale esperienza in termini stilistici si configura per le commutazioni dei codici della lingua, per la mescolanza di più dialetti e parlate, realizzando così una strategia di scrittura che trasforma immediatamente in immagine tangibile, viva, a livello dell'espressione, ciò che è sotteso a livello del contenuto.
La frontiera qui si propone non come delimitazione tra territori, mondi o comunità tra loro separate, ma come spazio di continuo 'attraversamento', come crocevia, nell'apertura al desiderio e al tormento, al plurilinguismo "interno" ed "esterno" di una continua situazione traduttiva.
Situazione traduttiva perenne che incide la carne della lingua appunto.
D'altronde si sa il migrante è per sua definizione un traduttore poiché, innanzitutto, trasporta in sé il luogo 'd'origine' e lo fa passare nel luogo 'd'adozione'. Ma la traduzione interviene ad ogni tappa dell'esperienza migratoria, determina il ruolo 'ambiguo' del mediatore culturale nella sua funzione di traduttore-traditore, ma più in generale la relazione profonda che il migrante intrattiene con la 'lingua maggiore' andando ad incidere non solo su questa ma anche sulla propria relazione con la lingua 'materna'.
Al riguardo l'attraversamento del concetto di traduzione così come proposto nelle elaborazioni teoriche di Heidegger e Benjamin potrebbe dare decisivi spunti teorici alla questione della scrittura migrante e ai temi che essa mette in campo..
Tradurre, come Heidegger sostiene, è qualcosa di molto originario, tanto che il filosofo tedesco arriva ad affermare che ogni parlare e ogni dire sono in sé un processo di traduzione in quanto "noi traduciamo già anche la nostra stessa lingua nella forma che le è propria" . Heidegger, focalizzando la sua attenzione sull'etimologia della parola über-setzen, fa notare che il suo significato più originario è da ricercarsi in un über-setzen (tra-durre), ovvero in un tradursi, nel senso di collocarsi-oltre, di tradursi nell'ambito di una verità diversa, cioè su una nuova sponda.
-Nel saggio Sulla lingua in generale e sulla lingua dell'uomo del 1916, riferendosi alla lingua in generale, Benjamin aveva affermato che tradurre significa sempre e comunque elevare, dal momento che tale operazione avviene sempre nel passaggio da una lingua inferiore ad una lingua superiore. Per dirla con le parole di Benjamin "la traduzione tende in definitiva all'espressione del rapporto più intimo delle lingue fra loro." Dunque se " nella traduzione si esprime l'affinità delle lingue, ciò non ha luogo per una vaga somiglianza della riproduzione e dell'originale. Come è evidente, in generale, che all'affinità non deve corrispondere necessariamente una somiglianza. [...] ogni affinità metastorica delle lingue consiste in ciò che in ciascuna di esse, presa come un tutto, è intesa una sola e medesima cosa, che tuttavia

non è accessibile a nessuna di esse singolarmente, ma solo alla totalità delle loro intenzioni reciprocamente complementari: la pura lingua"
Pertanto il rapporto intimo e vitale delle lingue avviene nella loro messa in tensione rispetto alla loro comune origine. La scrittura migrante tende in effetti a produrre quel respiro che apre la lingua maggiore verso ciò che in essa vi è di rinviante alla lingua pura.
Ma tale apertura, va detto, non avviene solo sul versante della lingua maggiore entro cui lo scrittore migrante si trova a vivere ma anche sul versante della sua lingua materna.
Ciò rende oltremodo evidente come la fedeltà alla 'lingua materna' non sta nella sua passiva riproduzione nella pura produzione della differenza rispetto alle altre lingue ma nella libera esposizione alla ricchezza ch'essa svela nella sua apertura. La scrittura migrante riconosce, contro il fantasma nazionalista di appropriazione della lingua, l'impossibile appropriazione e la necessità di ogni lingua all'apertura sulle altre, in quanto idealmente discendenti dall'unica pura lingua, svelando di fatto come ogni lingua è , in realtà, una lingua straniera.

Le parole di ogni lingua infatti non sono entità statiche, fissate in modo definitivo in un significato dato una volta per tutte di cui ci si può appropriare. Esse hanno una maturazione postuma. È nella natura stessa della lingua, infatti, la tendenza a trasformarsi ed è la traduzione l'agente che 'rivela' questo processo vitale.

Lasciamo a questo punto la voce a due scrittori 'migranti', rispettivamente Edouard Glissant della Martinica e Jhumpa Lahiri scrittice anglo-indiana:"Il traduttore inventa un linguaggio necessario tra una lingua e l'altra, come il poeta inventa un linguaggio nella propria lingua. Una lingua necessaria tra una lingua e l'altra, un linguaggio comune a tutte e due, ma in qualche modo imprevedibile rispetto a ognuna di loro. Il linguaggio del traduttore opera come la creolizzazione e come la relazione nel mondo, perché il suo linguaggio produce l'imprevedibile. [...] La traduzione si presenta così come arte dell'incrocio, del meticciato [...], arte della vertigine e dell'erranza che ci salva[...] Arte della fuga da una lingua all'altra, senza che la prima si cancelli e senza che la seconda rinunci a presentarsi" .

"A differenza dei miei genitori, traduco non tanto per sopravvivere nel mondo intorno a me quanto per crearne ed illuminarne uno che non esiste. La narrativa é la terra straniera che ho scelto, il luogo dove lotto per trasmettere e preservare ciò che é significativo. E sia che io scriva da americana o da indiana, su cose americane o indiane o di altro tipo, una cosa rimane costante: traduco, quindi sono" .

G. Simondon, L'individuazione psichica e collettiva, Derive Approdi, Roma, 2001, p. 31.
G., Deleuze e F., Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Quodlibet, Macerata, 1997.
E. Jabès, Libro dell'ospitalità, Cortina, Milano 1991.
M. Blanchot, L'infinito intrattenimento, trad. it. di R. Ferrara, Torino, Einaudi, 1976, p. 168.
G. Anzald'a,, Terre di confine, Palomar, Bari, 2000, p. 21.
G. Anzald'a,, Terre di confine, Palomar, Bari, 2000, p. 21.
M. Heidegger, Parmenide, Adelphi, Milano, 1999.
W., Benjamin, Il compito del traduttore, in Angelus novus, Einaudi, Torino 1962, p.42.
W., Benjamin, Il compito del traduttore, in Angelus novus, Einaudi, Torino 1962, p. 44.
Ed., Glissant. Poetica del Diverso, Meltemi Edizioni, Roma 1998, p.37.
J., Lahiri, L'interprete dei malanni, Marcos y Marcos, 2000.

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