Alessandro Corio
Il caso della pubblicazione, risalente al 30 settembre, delle dodici vignette che rappresentano il profeta Maometto sul giornale danese Jyllands-Posten e della reazione da queste suscitata, soltanto in questi giorni, tanto nel mondo mussulmano, quanto in Occidente, risolleva questioni importanti e profondamente ambigue che attraversano a vari livelli le nostre società multiculturali. A dire il vero, siamo ben abituati a questo genere di polemiche (dai crocifissi nelle scuole, al presepe, alle rappresentazioni natalizie) che rilevano sostanzialmente di quell'eccesso di culture (Marco Aime) che caratterizza il discorso sociale postmoderno e che tende a sovraccaricare ideologicamente il linguaggio dei simboli culturali e religiosi, stigmatizzandoli e reificandoli per alimentare le retoriche neo-razziste dello scontro delle civiltà, che fanno il gioco, ovviamente, dei loro sostenitori e manipolatori da entrambi gli schieramenti. Non ci sorprende quindi che la condanna ufficiale delle caricature religiose sia tempestivamente giunta dai vertici delle istituzioni dell'Impero (leggi il Dipartimento di Stato americano e il Ministero degli Esteri britannico) che sono in prima linea nella crociata anti-islamica e che dimostrano, per l'ennesima volta, una particolare consonanza ideologica con l'estremismo politico-religioso mussulmano. Dall'altra parte, infatti, sotto la spinta di al-Aqsa e di Hamas e del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, è scattato un embargo commerciale nei confronti di Danimarca e Norvegia che è già costato il licenziamento tecnico di un centinaio di dipendenti di un'azienda danese. Tra l'altro, il sollevamento del polverone ha colto, come al solito, il momento più adatto nel quadro geopolitico internazionale, con la vittoria di Hamas in Palestina e la crisi del nucleare iraniano. Insomma, si tratta di una ulteriore e palese dimostrazione di come le questioni di ordine interculturale e religioso vengano sapientemente manipolate in termini politici per riscaldare il terreno di ben altri scontri.
Quanto alla questione delle vignette e della satira, essa non è, di per sé, di così semplice interpretazione e, per non cadere in letture manichee ed unidirezionali, quali quelle apparse sui quotidiani in questi giorni, deve essere analizzata in un quadro di semiotica interculturale che parta dall'assunto della dimensione multiculturale ed ambivalente del discorso sociale contemporaneo. Innanzitutto prendiamo in considerazione la questione dell'iconoclastia, ossia dell'interdetto di rappresentare il divino in varie forme, presente in molte tradizioni religiose, compresa, come ben sappiamo, quella ebraica e cristiana. Quest'interdizione si ricollega, in parte, ad un tema ricorrente nelle mitologie occidentali, che risale al mito greco di Epimeteo, punito da Zeus per aver creato una statua di argilla senza donargli la vita, e che giunge sino al Golem della tradizione ebraica, a Frankestein, alla favola di Pinocchio e agli androidi della letteratura di fantascienza, e che consiste sostanzialmente nella rappresentazione del limite della creazione umana, e quindi dell'arte, nei confronti di quella divina, capace quest'ultima di infondere l'anima e la vita. Nell'Islam, il divieto di rappresentare il profeta Maometto (il quale, è bene ricordarlo, non è una figura divina né una sorta di corrispettivo del figlio di Dio cristiano, bensì un uomo, messaggero e profeta, essendo l'attributo divino riservato esclusivamente ad Allah) ha assunto sin dagli inizi un'importanza fondamentale nella tradizione, per quanto non assoluta e soggetta a differenti interpretazioni nel corso della storia. Innanzitutto, nel Corano non è presente nessun esplicito divieto di rappresentare il profeta, ma nella sunna, ed in particolare nelle hadiths (i detti) di Muhammad al-Bukhari (810-870) troviamo una ferma condanna di qualsiasi rappresentazione figurata: Subiranno il castigo per mezzo del fuoco più terribile, il giorno del Giudizio finale, tutti coloro che faranno delle rappresentazioni figurali. Resta peraltro il fatto che, soprattutto nei primi secoli della civiltà islamica e fino al XVI sec., sono numerose le rappresentazioni sacre, comprese alcune rappresentazioni di Maometto; inoltre, come afferma Jean-François Clément in un articolo apparso su Le Monde, il ruolo delle immagini nel mondo musulmano riveste oggi un'importanza fondamentale, soprattutto per quanto riguarda il culto della personalità dei sovrani politici e dei capi religiosi. Dovremmo tenere inoltre in considerazione, e non è un aspetto affatto secondario nell'Islam, l'interpretazione mistico-esoterica dei precetti coranici offerta dal Sufismo che, senza negare l'interpretazione letterale della sharia, è andato sempre oltre la sua superficie orientandosi verso l'interiorità della ricerca spirituale del fedele. In questo quadro, il divieto della rappresentazione del divino può essere letta come una ricerca della Realtà Autentica (haquiqa), da parte dell'adepto, nelle profondità del cuore, in una dimensione ineffabile e non-rappresentabile che permetta l'estinzione (fana) dell'io-che-comanda (an nafs al-ammara) nell'assoluto del divino. Nel poema persiano Simurgh (La Conferenza degli uccelli) di Fariduddin Attar, uno dei testi più importanti della mistica sufi, nonché dell'intera produzione letteraria orientale, la ricerca del divino, simboleggiata dalla ricerca di uno stormo di uccelli attraverso le varie fasi del cammino mistico, si risolverà nella scoperta che ciò che cercavano era loro stessi. In una dimensione di ricerca spirituale e religiosa profonda, che è ben presente nell'Islam, non costituisce quindi grande scandalo una rappresentazione satirica della figura di Maometto, anzi, contribuisce ad un sano allontanamento da ogni lettura oltranzista ed intollerante del testo sacro che la strumentalizzi ai fini di una battaglia politica ed ideologica, per dare spazio ad un'introiezione più profonda del messaggio stesso del Corano. L'ironia non è per nulla assente in questa feconda tradizione filosofico-spirituale.
Dal lato occidentale della controversia, non possiamo permetterci di dare spazio a chiunque cerchi di negare, limitare o riformare la libertà di opinione e di espressione sotto qualsiasi forma, tanto più quella satirica, che ha sempre svolto un ruolo di sano anticorpo contro le derive totalizzanti e trascendenti delle ideologie politiche e religiose. Queste libertà devono pertanto essere continuamente riaffermate e sostenute, soprattutto in un momento in cui sembrano riaffermarsi di giorno in giorno gli attacchi alla laicità delle istituzioni e i tentativi di censura ideologica. La satira è peraltro ben presente anche nel mondo islamico, nella stampa, nel cinema, nelle televisioni e, non da ultima, nella letteratura. La questione della libertà e delle forme di espressione in una società democratica e multiculturale si traduce spesso in una retorica falsa che vorrebbe trovare una sorta di instabile equilibrio tra libertà di espressione e rispetto dell'altro. Le retoriche del rispetto hanno ormai dimostrato i loro limiti così come la necessità di un loro superamento su un piano interculturale e, oltre le dichiarazioni di principio ben manipolate da politici e rappresentanti di comunità religiose, lasciano spazio a ben altre forme di razzismo e di segregazione sul piano sociale. Rivendichiamo quindi il diritto alla blasfemia ed alla sua nobile tradizione (qualcuno ricorda la bellissima canzone di Fabrizio De André intitolata Un blasfemo?), il diritto ad abbattere gli idoli e gli assoluti, siano essi religiosi o pagani, e in questo la satira, quella vera, gioca un ruolo fondamentale e, speriamo, duraturo.
Quanto alle vignette danesi, non mi sembra che nella maggior parte di queste si trovi un intento di stigmatizzare od offendere il mondo mussulmano, del tipo Islam = Terrorismo, tranne forse nella vignetta raffigurante Maometto con un turbante-bomba. Anche in questo caso, comunque, le interpretazioni potrebbero essere di segno differente e l'intento della vignetta (il cui giudizio resta comunque soggettivo) potrebbe significare la caricatura di una forma di pensiero estremista e non certo dell'Islam in generale. Comunque sia, è senz'altro vero che il razzismo anti-islamico si aggira in Europa ormai da tempo, ancor prima dell'11 settembre, e che anche la satira può facilmente cadere in questo genere di discorso semplificatorio, razzista e provocatorio. Non sta a me giudicare queste vignette, alcune delle quali, tra l'altro, simpatiche e, a mio parere, innocue, anche se l'intento della loro pubblicazione da parte di un quotidiano conservatore e spesso ostile nei confronti degli immigrati potrebbe essere letto come una deliberata provocazione verso le comunità mussulmane. Pertanto, in una prospettiva etica e semiologica interculturale, non si possono certo ignorare i differenti livelli di interpretazione che un testo satirico può generare in contesti culturali differenti e comunque presenti all'interno della società. Mi sembra comunque un segno di chiara debolezza della nostra società, che ancora non riesce ad affrontare in modo maturo questioni di carattere interculturale, il fatto di premere verso un controllo della legislazione, della politica o delle autorità religiose sulle forme di espressione. Tale involuzione è inaccettabile. Un giornale come Libero, dopo aver pubblicato, questo sì in modo volutamente provocatorio, le vignette incriminate difendendo a gran voce la libertà di espressione contro i mussulmani, ha in seguito pubblicato anche le vignette antipapaline di Vauro, salvo poi stigmatizzarle come irriverenti nei confronti dell'autorità ecclesiastica ed offensive nei confronti dei cattolici. Due pesi, due misure.
La vera libertà e il rispetto reale delle differenze si misurano proprio sul terreno del discorso culturale, che deve essere capace di affrontare i contrasti ed i rischi che si presentano in seguito all'accettazione concreta della libertà di espressione, di gestirne il conflitto sul piano delle pratiche culturali e sociali, senza risolverlo in principi astratti e assoluti o strumentalizzarlo a fini politici e mantenendo saldamente aperto il presupposto della libertà di espressione, senza ignorare pertanto i tentativi di quanti, e sono parecchi, cercano di intrappolare l'alterità, anche in forma caricaturale, in un'identità rigida e priva di sfaccettature. Non si tratta di riaffermare in modo retorico dei principi astratti, ma di praticarli e di riattivarli continuamente, tenendo conto della complessità e delle ambivalenze dei contesti culturali di ricezione, spesso molteplici e dislocati, attraversati da differenze che si riproducono in relazione ai forti squilibri sociali, economici e politici delle nostre società.