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Marco Bascetta

Fare soldi contro la libertà
In nome del mercato Il neoliberismoha preso congedodai diritti individualiper mettere sottocontrollo la società.Una sfida non soloper il pensierocritico, ma ancheper la cultura politica radical-liberale


Ritorno alla tradizione Dalla proprietà intellettuale alla sicurezza, dalla sessualità all'università prove tecniche di stato etico e di controllo sui comportamenti individuali e collettivi

MARCO BASCETTA
Non serve certo l'occhio acuto di un entomologo per mettere a fuoco le timidezze della sinistra italiana in fatto di diritti civili e individuali, di garanzie e di tolleranza sociale. Basti ricordare la vicenda scandalosa dell'amnistia, il balbettio sui Pacs, la consegna alla Lega del discorso sui reati d'opinione, l'accondiscendenza nei confronti dei privilegi confessionali. Già solo per questo le spine della «Rosa nel pugno» non possono che esercitare un effetto benefico. Se è comprensibile che nei confronti di quella tradizione e di alcuni dei suoi esponenti esistano diffidenze e anche radicate antipatie, converrà aggiungere che quelle prevalenti nel centrosinistra rivelano un segno preoccupante. Prendono cioè di mira più le virtù che i difetti di quello schieramento, collocandosi in difesa di un presunto moderatismo popolare in fatto di libertà individuali, propendendo in diverse materie per una sorta di dirigismo etico, fino a prendere per buono, come accadde ai tempi di Giovanni Paolo II anche a settori della sinistra radicale, un altrettanto presunto «anticapitalismo» papalino. Aldilà della obbligata riaffermazione della laicità costituzionale dello stato, la difesa nei confronti delle ingerenze ecclesiastiche ha, del resto, sempre mostrato una timidezza e una fragilità che non può essere ricondotta al puro e semplice opportunismo elettorale. Il principio «libera chiesa in libero stato» non dovrebbe mai far dimenticare un fatto che, almeno negli ultimi due secoli, rientrava pienamente nella sfera dell'ovvio e cioè che chiesa e democrazia rispondono a principi non solo diversi ma del tutto antitetici.

I monarchi della fede

La chiesa è infatti una monarchia assoluta e una struttura rigorosamente gerarchica fondata sul principio della verità rivelata e della guida pastorale. E non si sono mai viste pecorelle che eleggano il loro pastore o deliberino democraticamente dove andare a pascolare. E' dunque su un attrito di principi (che non significa, beninteso, intolleranza o sopraffazione) e non su una pura e semplice divisione dei compiti, come oggi si lascia sconsideratamente intendere da una parte e dall'altra, che si fonda la separazione fra stato e chiesa. Ragion per cui la presenza della religione e delle sue sensibilità (che comunque non sono sinonimo di chiesa) nella sfera pubblica non possono che essere filtrate dalla coscienza individuale e mai presentarsi nella veste di un dettato ecclesiastico. Quest'ultimo non può infatti mai costituire un elemento della democrazia, ma solo un suo limite. La chiesa è, per sua natura, fuori dalla democrazia anche quando ne riconosca formalmente le regole e ne ricalchi il linguaggio. Non che la democrazia rappresentativa e i suoi limiti non possano essere fatti oggetto di critica, ma c'è di che allarmarsi se questa critica viene esercitata, anche solo implicitamente, sulla base arcaico-patriarcale del principio pastorale.

Dunque è su tutt'altro versante che la tradizione radical-liberale dovrebbe essere invitata a una riflessione che la liberi delle molte suppellettili ottocentesche di cui ancora si circonda.

Sul piano teorico, e assai più modestamente nell'esperienza storica, è stato fino a un certo punto legittimo stabilire un nesso tra libertà individuali, democrazia parlamentare, diritti civili e liberismo economico. Tanto più che lo statalismo autoritario in cui ha preso forma mostruosa il principio egualitario lo avvalorava potentemente. Questo nesso, è ora di prenderne atto, ha semplicemente cessato di esistere. Il liberismo si è rivelato compatibile con le forme più disparate di oppressione e autoritarismo, dalla teocrazia alla dittatura militare, fino a quella di partito. Non è forse la Cina «comunista» il più poderoso ed efficiente dispositivo di valorizzazione del capitale e di sfruttamento indiscriminato del lavoro nell'orizzonte del presente? Se esiste un terreno più serio delle opportunità elettorali (che sottendono un tristo pendolarismo tra destra e sinistra) su cui aprire una ricerca comune con il pensiero radical-liberale è appunto la fine delle libertà promesse dal liberismo. Non solo nella sua capacità di adattarsi a qualsiasi forma di governo, di gerarchia, di oppressione, ma anche nelle sue dinamiche di espansione nelle vecchie care democrazie borghesi. Per dirla ancora più chiaramente, non solo il neoliberismo prospera nel connubio con le dittature, ma fa del restringimento delle libertà e delle prerogative individuali un elemento necessario della sua autocondervazione e del suo stesso sviluppo.

Come non rendersi conto che la panacea universale delle privatizzazioni non ci ha ricondotto affatto all'utopia paleoliberale della libera concorrenza (alla quale, se mai fosse esistita davvero, qualche vantaggio si poteva pur legittimamente imputare), ma a condizioni di monopolio che non solo cancellano ogni libertà di scelta, ma impongono perfino una rigida irregimentazione comportamentale ai fruitori dei servizi? Non è forse irritante, al termine di un viaggio ferroviario non sempre agevole, sentirsi rigraziare da Trenitalia per aver «scelto» di viaggiare con loro? L'apologia del tutto astratta e ideologica del privato (tanto più parassitario e inefficiente quanto più blandito ed esaltato) non è che il corrispettivo di un'idea statalista, verticistica e monopolistica della dimensione pubblica.

Ma vi sono in particolare due ambiti nei quali l'attrito tra liberismo e libertà, tra poteri forti e prerogative individuali, tra imposizioni e diritti, si manifesta con virulenza particolarmente evidente. Il primo è quello della proprietà intellettuale. Siamo ormai lontani anni luce dalla preistoria «eroica» del brevetto, quando ancora (ignari delle catastrofiche conseguenze) si poteva argomentare che la tutela della proprietà intellettuale avrebbe favorito l'innovazione. Oggi è chiaro che la superfetazione dei dispositivi proprietari sulla produzione e la circolazione delle idee e financo sulla conoscenza della materia naturale ne inibisce, ostacola e distorce lo sviluppo. Ma, soprattutto, la difficoltà nel ricondurre il carattere eminentemente pubblico e cooperativo del sapere e dell'informazione al regime giuridico della proprietà privata determina il ricorso a strumenti di sorveglianza e controllo che ledono gravemente le libertà individuali, quando addirittura non ne impediscano preventivamente l'esercizio. E', per fare un solo esempio tra tanti, il caso del cosiddetto sistema Trusted Computing Platform Alliance (Tcpa), meccanismo integrato nei chip che, per prevenire violazioni del copyright, impedisce alla macchina di eseguire un buon numero di operazioni che sarebbero invece del tutto legali. Il computer obbedirebbe così non più al singolo che lo utilizza, ma alla corporazione che ne possiede il software. Tanto che questo dispositivo è stato suggestivamente definito «lo stato di polizia in ogni computer».

Nell'epoca della rete e in un mondo in cui il sapere è diventato la principale forza produttiva, la salvaguardia dei diritti proprietari passa inevitabilmente attraverso un controllo capillare dei singoli, della loro libertà comunicativa e relazionale nonché attraverso un restringimento dei loro diritti. Lo spirito liberale e la pratica liberista divergono qui senza rimedio. Tutto il castello ideologico edificato a suo tempo sulla base della proprietà terriera e dell'industria manifatturiera si rivela oggi poco più che un miserabile residuo. Di questa divergenza e di questo crollo la tradizione radical-liberale dovrebbe finalmente prendere atto. Senza dimenticare che inoltre, e non solo in linea di principio, l'estensione abnorme della proprietà intellettuale cozza violentemente contro quell'«istruzione pubblica» e quella libertà della ricerca cui la tradizione illuminista conferisce un ruolo decisivo e insostituibile.

Il secondo ambito è quello della sicurezza. Oggi prevale con ogni evidenza, a destra come a sinistra seppur con sfumature e intensità diverse, l'idea che in nome della sicurezza sia legittimo rinunciare a un buon numero di garanzie e libertà individuali. Il Patriot Act, le leggi reclamate dal laburista Tony Blair dopo gli attentati di Londra, il diritto a geometria variabile applicato ai migranti e a ogni soggetto ritenuto potenzialmente pericoloso, che siano i minori o gli abitanti delle banlieues, i recidivi o le tifoserie più esagitate, coincidono con un radicale restringimento dei diritti e delle prerogative dei singoli, prima tra tutte la parità di fronte alla legge. E' proprio attraverso la dismissione sempre più frequente delle libertà civili che il terrorismo, da cui queste rinunce intenderebbero proteggerci, consegue i suoi risultati più cospicui. Mentre prende corpo una idea di sicurezza che, escludendo la ragionevole aspettativa dei cittadini di essere protetti anche dall'arbitrio dell'autorità, si riduce a puro e semplice ordine pubblico. Senza contare i continui attentati alla sfera privata che l'universalizzazione e la pervasività dei sistemi di sorveglianza inevitabilmente producono. La fine dello stato di diritto sta diventando qualcosa di più di una fosca profezia.

Tuttavia, il restringimento delle libertà individuali non risponde solo all'incombenza di una minaccia esterna, ma anche a quella crescente pretesa di proteggere i cittadini da loro stessi (spesso esercitata per via fiscale) che sta alla radice di ogni proibizionismo, dalle droghe al fumo, dagli orari delle discoteche alla pornografia, dalla raccolta dei funghi al divieto di bagnarsi col mare mosso, dalla pillola del giorno dopo alla proceazione assistita. In un processo di maniacale iperregolamentazione della vita quotidiana, sottoposta a una rete sempre più fitta di patenti, permessi, autorizzazioni, che miniaturizza e diffonde le prerogative persecutorie dello stato e degli enti locali, non senza indurre discriminazioni di natura censitaria. Laddove al tradizionale argomento etico e paternalistico si affianca l'imperativo liberista della riduzione della spesa pubblica (vi impediamo di farvi del male per non dovervi curare).

Dirigismo etico

Tutto questo non solo convive con la deregulation economica e le privatizzazioni (ivi compresa quella di alcuni comparti repressivi dello stato, dalle multe ai Cpt ai «campi di rieducazione» per tossicodipendenti, fino alla gestione delle carceri, che, imitando il modello americano, fa dello sviluppo della repressione un pericoloso moltiplicatore di profitti) ma ne costituisce addirittura il supporto giuridico e il meccanismo di riproduzione E' dunque solo a patto di confrontarsi con questo divario tra liberismo e libertà, tra autoconservazione del sistema e diritto dei singoli che la tradizione radical-liberale può offrire un serio contributo alla definizione di una idea non statalista del bene comune. Costituire cioè un antidoto efficace non solo al dirigismo etico di ispirazione clericale e al persistente culto della ragion di stato, ma anche alla teologia della piena occupazione, alla immemore fede negli stati nazionali come baluardo contro i guasti della globalizzazione, nonché alla nobilitazione del martirio omicida islamista. In caso contrario non assisteremo ad altro che a uno dei tanti miserevoli effetti della legge elettorale.

Qualcuno potrebbe imputare alla «Rosa nel pugno» un eccesso di differenziazione e di caparbietà nel mantenere aperte le contraddizioni all'interno dell'Unione indebolendo il fronte contro lo schieramento avversario. Per mandare a casa il cavaliere e la sua rissosa cavalleria, si sostiene, non si dovrebbe andare troppo per il sottile e mostrare il massimo di compatezza. E' un argomento più che discutibile. A favorire l'astensione è assai più la cappa piatta e omogenea dell'unanimismo che il dispiegarsi delle diversità e delle tensioni che attraversano gli schieramenti, più il rischio di un governo privo di condizionamenti che la sua esposizione ai conflitti e alle rivendicazioni dei governati, più la pedanteria enciclopedica dei programmi che la disposizione all'ascolto. Per dirla scherzosamente, ma neanche troppo, «primum filosofare, deinde vincere».
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