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Alla ricerca di un Occidente che è altrove

di Patrizia Calefato

Il “postcoloniale” non è semplicemente ciò che viene dopo il colonialismo, cioè l'evento storico, avviatosi nella seconda metà del Novecento, che ha visto l'emancipazione (non ancora completata) degli stati extraeuropei su cui le grandi potenze europee - Inghilterra, Francia, Portogallo, Spagna, Olanda (e anche l'Italia se pensiamo alla sua “avventura” coloniale novecentesca) - si erano insediate da secoli. Oggi siamo – storicamente e geopoliticamente –  “dopo” il postcoloniale, siamo in quella globalizzazione in cui però i motivi profondi del colonialismo, insieme ai conflitti postcoloniali e alla violenza mondializzata che sta trasformando le minoranze in esodi, hanno aperto nuovi scenari. Il postcoloniale, scrive Iain Chambers, teorico di punta degli studi culturali, nel suo ultimo libro intitolato Sulla soglia del mondo. L'altrove dell'Occidente</em /> (Roma, Meltemi, 2003), “si presenta come spazio teorico e politico che consente di scavare a fondo nella conoscenza occidentale, intesa sia come disposizione di discipline che come specifica disposizione storica della verità” (p. 34).

In prima persona, da intellettuale europeo che scrive nel ventunesimo secolo dopo essersi spostato a Napoli dalla “casa” britannica della Birmingham operaia degli anni '60 e '70, Chambers espone in questo libro la complessità profonda della attuale condizione postcoloniale intesa come condizione umana, forse “troppo” umana. Tanto umana che impone oggi di ripensare criticamente le stesse categorie culturali dell' “umanesimo” fondato su un modello di “uomo” che ne ha stabilito i canoni: occidentale, bianco, maschio, “universale”.

“Ora non avevo altra nazione che l'immaginazione”: un verso del poeta caraibico Derek Walcott può far da chiave per aprire la porta - restando appena sulla soglia – delle svariate “stanze” che Chambers attraversa. La “soglia del mondo” che questo verso annuncia è infatti uno spazio aperto e ibrido che ha il sapore del viaggio e dello spostamento, ma anche il sapore amaro di una perdita: perdita della casa, della lingua, della vita stessa. Scrive Chambers: “il mio senso dell'essere a casa e la fiduciosa affermazione del mio posto nel mondo sono inevitabilmente un beneficio goduto al prezzo dell'esilio, dell'estraniamento, della diaspora di qualcun altro” (p. 229). E nei versi di Walcott l'altro ha la fisionomia del meticcio, del soggetto dislocato, del “dannato della terra” sul cui corpo la “nazione” e la parola si scrivono con sangue amaro, ma che ha al tempo stesso la grande forza che sempre appartiene a ciò che è instabile e mobile, come il mare. “Ho incontrato la Storia, una volta, ma non mi ha riconosciuto,/ un creolo incartapecorito, pieno di verruche/ come una vecchia bottiglia di mare...” (sono ancora versi di Walcott citati nel libro).

Chambers spariglia la cartografia del pensiero e dello spazio della contemporaneità interrogandosi su quell' “altrove” dell'Occidente che ha reso possibile che si costruisse un “qui”, un “io”, un “nome proprio” a condizione della cancellazione ed espropriazione di tutto il resto come “altro”, come “lì” situato “altrove”. Il linguaggio ha illuso l'uomo di poter tutto nominare e possedere attraverso l'atto di parola e di rappresentazione, e nel fare questo si è precluso la possibilità di ritrovare in se stesso quell' “altrove”. Chambers scorge questo “altrove” nelle forme non canoniche che emergono negli spazi di “poeticità” di cui il linguaggio, o per meglio dire, i linguaggi, sono capaci: l'architettura, la musica, la memoria, la storia, la traduzione diventano i possibili tracciati lungo cui rinvenire uno spazio aperto e dare nuova luce a quella idea di “immaginazione” evocata dai versi di Walcott.

Dalla “soglia del mondo” appaiono le scene del barocco, nel cui immaginario si fonda la struttura stessa della prospettiva coloniale. Appare la musica, soprattutto attraverso il corpo elettrico dell'afroamericano “inautentico” Jimi Hendrix, su cui Chambers scrive pagine dense di emozione. Appare Napoli, la città dove Chambers abita - nel senso pieno e ispirato ad Heidegger che il verbo “abitare” assume per l'autore - città porosa come la definì Walter Benjamin, terra del mare e del vulcano, la cui memoria è intrisa di una storiografia che si fa problematica nel momento stesso in cui il passato diventa un'eredità per le narrazioni del presente. La Rivoluzione napoletana del 1799 è tuttora per Napoli e per tutto il Sud una narrazione e un “fatto” storico che però coagula interrogativi che mettono in discussione, scrive Chambers, “il nostro modo di usare, interpretare e costruire il passato” (p. 19).

Il mare, il Mediterraneo nella sensibilità di Chambers, è una soglia liquida tra continenti, tra centro e margine; è uno spazio in risonanza che accoglie la traduzione tra linguaggi intesa, con Benjamin, come “zona superiore e più pura”. Il mare è un'acustica per musiche e linguaggi che, migrando, spostano se stessi e ciò che incrociano. Una metafora per dire per esempio che la casa come domus</em /> (da dominus</em />, signore) può essere alle sue radici spossessata e ripensata attraverso le storie provenienti da “altrove”. O che l'occhio inteso come “io-occhio” (gioco di parole in inglese, tra I </em />e eye</em />), cioè come sguardo “pornografico” per cui vedere significa possedere, si sposta e si ritrae dalla sua presunzione panottica.

“Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia./ All'orlo della pioggia, una vela”: ancora versi del “negro rosso” Walcott per dire di questo grosso impegno di scavo nel presente che il lavoro di Chambers consegna ai suoi lettori.

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